Caro Stefano,
in questi mesi è come se avessimo vissuto sospesi.
Sì, abbiamo abitato un tempo a mezz’aria, tra l’attesa di evoluzioni rassicuranti e la graduale accettazione di una condizione che non dava speranze.
La malattia ti ha provato molto.
Nel corpo, ma mai nello spirito.
La sua crudezza si è manifestata da subito, ma tu hai combattuto con tenacia, aggrappandoti alla vita fino all’ultimo.
Del resto, Stefano, è il tuo stesso nome, che richiama il primo martire riconosciuto dalla Chiesa, a essere simbolo di onore e forza d'animo.
In queste settimane, mai un lamento, mai un cenno di autocommiserazione.
Anzi, sei stato tu a rassicurare noi, dicendoci: “Presto rientro in azienda”.
Sai, Stefano, in questi mesi, ci hai regalato un grande insegnamento, di cui faremo tesoro: vivere la
malattia e la fragilità con dignità.
E abbiamo avuto la conferma che le persone che fanno la differenza non sono le più rumorose.
Il valore non ha bisogno di rumore.
La vera forza, difatti, si muove in silenzio.
Le persone vere come te non cercano attenzione né riconoscimento, eppure la loro presenza porta
profondità.
Alda Merini scriveva: “Se cerchi un tesoro, devi cercarlo nei posti meno visibili. Non cercarlo nelle
parole della gente. Troveresti solo vento. Cercalo in fondo all’anima di chi sa parlare con i silenzi…”
Esattamente come hai fatto tu, parlando semplicemente con lo sguardo.
Il silenzio di questi giorni è assordante e si accompagna a un grande vuoto.
Ora ci scruti da lassù, da quella dimensione eterna e benevola ove non c’è più traccia di sofferenza.
Sappi che il nostro affetto non si arresta.
Cambia solo forma.
E noi ci stringiamo, con intensità, tutti a te, in un grande abbraccio che travalica i confini di spazio e di tempo, insieme a Sara, a Luca e a Natascia.